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Recensione a cura di Ivan

E’ nel freddo autunno del 2004 che, in quel di Jesi (AN), cinque ragazzi si uniscono in musica per fondare il progetto “Noir Lume” proponendo un genere definibile “melodic death metal” alla Dark Tranquillity, Opeth, Dimmu Borgir: fu questo il primo bagliore musicale di quello che poi sarà il progetto definitivo: appunto i Nacom.

Devo ammettere di avere un debole per il genere proposto dalla band in quanto le tristi melodie di pianoforte riecheggianti gli stacchi più melodici dei Novembre, oppure le melodie intrecciate di chitarra che vanno a tessere tele intricate nelle quali permettere ai propri sentimenti di rimanere impigliati, suscitano in me emozioni davvero particolari e che apprezzo moltissimo. Sono queste le melodie che ti toccano dentro, e se poi vanno a sfociare in un assolo bellissimo come quello di “Affliction”, il tutto non può che prendere una piega ancora più positiva.

Forti di suoni davvero professionali per tutti gli strumenti, inizio con il parlarvi delle chitarre di Paolo Carbini e Piermatteo Sabatini. I due axeman in questione sfoderano le proprie seicorde per dare alla luce una serie di riff melodici ma sempre in linea con l’aggressività che il genere impone, sempre di grande impatto e ritmicamente efficaci così come anche gli assoli principalmente a cura di Paolo in tutti e tre i pezzi proposti. Complimenti davvero per la prestazione e per la cura compositiva degli intrecci delle due chitarre che vanno continuamente a fondersi con le note alla tastiera suonate da un ottimo Pietro Bucari che aggiunge in frequentissimi meandri della musica proposta, un tocco di melodia che caratterizza e intristisce ancora di più il tutto: indispensabile.

Procedo a parlarvi della sezione ritmica a cura di Riccardo Giampieri al basso e Lorenzo Contadini alla batteria. Per quanto riguarda il primo, non posso che lodare la sua prestazione, premiata da suoni che non hanno ucciso le linee di basso come spesso si sente su cd di musica estrema purtroppo, e autore di linee molto varie e sempre presenti: davvero una valida prestazione condita con qualche assolo come quello del finale di “A life that doesn’t belong you”.

Parlando del batterista in questione non posso che lodare anche in questo caso l’interessato, autore di ritmiche mai troppo semplici e sempre molto efficaci, potentissime (anche se i trigger aiutano e non poco in questo) e sempre e comunque coerenti con le ritmiche di chitarra sfoderate da Paolo e Piermatteo. Ottimo l’uso della doppia cassa (o doppio pedale) e dei piatti in generale, piazzati a dovere nelle articolate partiture dei tre pezzi proposti.

Concludo con una lode al cantante Leonardo Corinaldesi che sfodera una voce piena, potentissima e particolarmente oscura nel growl, sicuramente la tonalità di voce “sporca” che gli riesce meglio.

Non posso che fare i complimenti a questi sei ragazzi anconetani e supportarli facendo tutto il possibile per spingerli più in alto che posso. Grazie per la vostra musica.

Voto: 10/10

articolo originale @ musicsquare.it